Qualche giorno fa ho partecipato ad una riunione all'università, nel dipartimento in cui ho studiato per la laurea e il dottorato. Un legame affettivo fortissimo mi lega alla professoressa e ai colleghi del gruppo di ricerca, tanto che ancora adesso sento di farne parte e continuo a collaborare, per quanto possibile nella distanza fra Milano e Messina, alle loro attività, sulle quali mi aggiornano e coinvolgono costantemente, consapevoli di un senso di appartenenza che il loro stesso atteggiamento aiuta ad alimentare.
Ero a Messina per altre questioni di lavoro e sono passata per partecipare alla consueta riunione del mercoledì e ho trovato, come sempre, un gruppo di persone che parlano e dibattono di Cultura; della Cultura vera, quella senza doppi fini, quella che ogni tanto dimentica le necessarie implicazioni economiche e si libera in approfondimenti pieni di contenuti e di domande, quella che vive della curiosità e del dubbio, senza mai divenire però il vuoto di certe speculazioni fine a sè stesse, distaccate dalla realtà, mere teorie senza risvolti pratici.
Le obiezioni contro gli accademici sono mille, e già aspetto i commenti arrivare uno ad uno a dire che si tratta di persone che guadagnano troppo e lavorano poco, che si occupano di cose inutili, che questi soldi potrebbero essere usati meglio... Obiezioni legittime, ma - permettetemi - superficiali.
Ascoltavo i miei colleghi parlare e confrontarsi su argomenti apparentemente obsoleti e mi sono sentita orgogliosa di essere, e soprattutto di essere stata, una di loro, di quelle persone che mentre la crisi affligge tutti, i teatri chiudono, le sale cinematografiche spariscono, le librerie si trasformano in negozi di abbigliamento per bambini viziati e già nel giro dei consumi inutili, continuano a credere nella Cultura, continuano a tenerla come ragione di vita, di crescita, di libertà.
Una situazione come quella riunione, piena di entusiasmo e consapevolezza, credo sia qualcosa che ha a che vedere con la storiella della luna e del dito, perchè magari a studiare i classici non si impara ad andare sulla luna, ma si trasmette ad ogni uomo l'importanza di inseguire il desiderio di andarci, perchè nessun sogno è mai abbastanza folle da non essere creduto.
104 curriculum
sabato 26 maggio 2012
La cultura della luna
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venerdì 18 maggio 2012
Alla siciliana!
Ci sono riunioni infinite, riunioni inutili, riunioni dispersive...
Proprio oggi il "Corriere della Sera" parlava della lunghezza (o lungaggine...?) delle riunioni di lavoro italiane di molto maggiore rispetto alla media europea, indagine che dimostra che ci piace parlare, parlarci addosso, mostrare di essere i più bravi...
Ci sono riunioni tese, in cui si dice tutto e si risolve poco e (rare) riunioni utili, in cui si dice poco ma si risolve molto.
Durante le riunioni spesso cala un velo di formalità, anche fra colleghi che stanno sempre insieme, mistero!
Talvolta cala un velo di sonno, soprattutto ascoltando certi interventi.
E poi ci sono le nostre riunioni, dove con una guantiera di cannoli rendi l'atmosfera più conviviale... Anche qui forse non si decide molto, ma almeno è tempo speso bene!
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venerdì 4 maggio 2012
Aggratisse! - Gratis
Tutte le mie competenze, i miei ricordi, i collegamenti.
Ogni passo, ogni singolo passo e movimento.
Il pc che non si accende, la mail che non arriva, il telefono che squilla.
Idee volanti su fogli appunti e quadernoni di progetti.
Andare avanti e mai indietro, rivedendo però gli errori per correggerli.
Stanze inondate di luce, sorrisi e incitamenti.
Su tutto e soprattutto, entusiasmo dirompente e grandissima amicizia.
Non è lavoro, ma è stato come lavorare.
E allora il consiglio Aggratisse! è: non regalate il vostro lavoro se non ve lo chiede il vostro cuore.
Ogni passo, ogni singolo passo e movimento.
Il pc che non si accende, la mail che non arriva, il telefono che squilla.
Idee volanti su fogli appunti e quadernoni di progetti.
Andare avanti e mai indietro, rivedendo però gli errori per correggerli.
Stanze inondate di luce, sorrisi e incitamenti.
Su tutto e soprattutto, entusiasmo dirompente e grandissima amicizia.
Non è lavoro, ma è stato come lavorare.
E allora il consiglio Aggratisse! è: non regalate il vostro lavoro se non ve lo chiede il vostro cuore.
venerdì 6 aprile 2012
Aggratisse! - Pallavvelenata
Da bambina non ho mai avuto una grande propensione per lo sport (adesso invece...).
Ero una di quelle ranocchiette appassionate di libri d'avventura e spiaggia sei mesi all'anno.
Non ero granché neanche in quei giochi tipici da scampagnata, come la pallavvelenata, che anzi non mi piaceva proprio, dopo quella volta che, intorno a 6 anni e si e no 35 kg, una compagnetta alta e larga tre volte me (da notare il "compagnetta") mi tirò una pallonata sullo stomaco di cui ancora ricordo l'impatto.
Oggi con certezza posso dire che non aver imparato il pallavvelenata è stato un grosso errore.
Per chi non lo conoscesse, pallavvelenata è quel gioco in cui quando ricevi la palla non devi tenerla e fare gioco, ma lanciarla subito a qualcun altro. Se avessi imparato a giocare a pallavvelenata, oggi potrei utilizzare sul lavoro quella capacità che utilizzano in tanti, quando arriva la metaforica palla (un problema, una discussione, una dimenticanza) sarei abilissima a passarla ad altri o quanto meno a scansarla.
Devo dire che col tempo sto migliorando, non scanso la palla e non passo la questione ad altri, però sto imparando a riconoscere la pallavvelenata quando si avvicina, quando stanno per passarmela e in qualche modo cerco di prepararmi al colpo...
Probabilmente, ammetto un po' rassegnata, non sarò mai una brava giocatrice a questo gioco (perché di un gioco si tratta): continuerò ad affrontare discussioni e problemi, a sbattere la testa al muro per cercare le soluzioni, prima di passare la palla ad altri.
Questo non rende, però, la vita facile e non è detto che venga sempre apprezzato.
Per cui, consiglio Aggratisse! del giorno, si avvicina pasquetta: dopo panino e salsiccia più vinello, dopo l'uovo e la colomba, dopo la pasta al forno e la schitarrata sotto l'albero, unitevi al gruppone della pallavvelenata, è il momento di fare allenamento!
Ero una di quelle ranocchiette appassionate di libri d'avventura e spiaggia sei mesi all'anno.
Non ero granché neanche in quei giochi tipici da scampagnata, come la pallavvelenata, che anzi non mi piaceva proprio, dopo quella volta che, intorno a 6 anni e si e no 35 kg, una compagnetta alta e larga tre volte me (da notare il "compagnetta") mi tirò una pallonata sullo stomaco di cui ancora ricordo l'impatto.
Oggi con certezza posso dire che non aver imparato il pallavvelenata è stato un grosso errore.
Per chi non lo conoscesse, pallavvelenata è quel gioco in cui quando ricevi la palla non devi tenerla e fare gioco, ma lanciarla subito a qualcun altro. Se avessi imparato a giocare a pallavvelenata, oggi potrei utilizzare sul lavoro quella capacità che utilizzano in tanti, quando arriva la metaforica palla (un problema, una discussione, una dimenticanza) sarei abilissima a passarla ad altri o quanto meno a scansarla.
Devo dire che col tempo sto migliorando, non scanso la palla e non passo la questione ad altri, però sto imparando a riconoscere la pallavvelenata quando si avvicina, quando stanno per passarmela e in qualche modo cerco di prepararmi al colpo...
Probabilmente, ammetto un po' rassegnata, non sarò mai una brava giocatrice a questo gioco (perché di un gioco si tratta): continuerò ad affrontare discussioni e problemi, a sbattere la testa al muro per cercare le soluzioni, prima di passare la palla ad altri.
Questo non rende, però, la vita facile e non è detto che venga sempre apprezzato.
Per cui, consiglio Aggratisse! del giorno, si avvicina pasquetta: dopo panino e salsiccia più vinello, dopo l'uovo e la colomba, dopo la pasta al forno e la schitarrata sotto l'albero, unitevi al gruppone della pallavvelenata, è il momento di fare allenamento!
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domenica 1 aprile 2012
Bando alle scadenze!
Ho passato gli ultimi due mesi in un turbine di 7 bandi con rispettive scadenze consecutive, che si sono aggiunti alle normali scadenze di ogni giorno, tipo sentire tizio entro le 15.00, riunione entro martedì, mail entro mercoledì, problemi ogni di'!
Ogni bando con il proprio regolamento, con la propria sfilza di documenti da allegare (anche detta, spesso, "cartazza inutile"), col proprio meccanismo da mettere in piedi... Una follia, sono stati sessanta giorni di follia, a scrivere progetti d'ogni tipo!
Sono passata attraverso cooperazione mediterranea sulla cultura a sviluppo rurale, da musicoterapia a schede tecniche, ho parlato con attori e cantanti, con tecnici (diciamo tecnici...) e responsabili, con sponsor e architetti squattrinati più di me... Ognuno con un'esigenza prioritaria rispetto al mondo, ognuno con la genialità nel cassetto, tutto molto social, tutto molto design, tutto molto... Tutto molto bello, ok, come sempre quando faccio mille cose diverse, ma benvenuto a questo bell'aprile senza scadenze!
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martedì 27 marzo 2012
Squadre
Cos'è che rende una squadra vincente? Ultimamente mi sono trovata ad osservare il lavoro di team così diversi per ambito lavorativo, storie e personalità, da trovare difficilmente il punto in comune fra loro, anche se mi sembrava, guardando un gruppo, di vederne un altro all'opera in tutt'altra attività ma con le stesse dinamiche.
Mi pare che per rendere vincente un team ci vogliono anzitutto individui capaci, ma individualità non troppo spiccate, ci vogliono coraggio e pazienza, chi guida e chi segue.
Ci vuole chi fa il lavoro che non si vede, i protagonisti assoluti dell'operosità dietro le quinte e chi sappia essere ben rappresentativo. Ci vuole l'umiltà di riconoscere i propri limiti, l'onestà di ammettere che altri sono più bravi, la semplicità di mostrarsi per come si è, la faccia tosta di ammettere di essere i migliori. Ci vuole una scommessa, un obiettivo. Ci vuole il polso di chi guida e il senso critico di chi segue. In ogni caso ci vuole il contorno ed il contesto giusto, che aiutino ciascun elemento a sentirsi al posto giusto ed utile per il gruppo.
E alla fine e prima di tutto, ci vogliono testa e cuore.
Fra le persone che leggeranno questo post, tante potrebbero pensare che è rivolto a ciascuno di loro, che è adatto ad un qualunque difficile passaggio lavorativo di quando si lavora in gruppo. Io, come sempre, scrivo sperando che in tanti vi si possano rispecchiare, ma il post non è per nessuno in particolare.
Anzi, è per mio fratello Checco, che ovunque vada si fa ascoltare ed amare.
Mi pare che per rendere vincente un team ci vogliono anzitutto individui capaci, ma individualità non troppo spiccate, ci vogliono coraggio e pazienza, chi guida e chi segue.
Ci vuole chi fa il lavoro che non si vede, i protagonisti assoluti dell'operosità dietro le quinte e chi sappia essere ben rappresentativo. Ci vuole l'umiltà di riconoscere i propri limiti, l'onestà di ammettere che altri sono più bravi, la semplicità di mostrarsi per come si è, la faccia tosta di ammettere di essere i migliori. Ci vuole una scommessa, un obiettivo. Ci vuole il polso di chi guida e il senso critico di chi segue. In ogni caso ci vuole il contorno ed il contesto giusto, che aiutino ciascun elemento a sentirsi al posto giusto ed utile per il gruppo.
E alla fine e prima di tutto, ci vogliono testa e cuore.
Fra le persone che leggeranno questo post, tante potrebbero pensare che è rivolto a ciascuno di loro, che è adatto ad un qualunque difficile passaggio lavorativo di quando si lavora in gruppo. Io, come sempre, scrivo sperando che in tanti vi si possano rispecchiare, ma il post non è per nessuno in particolare.
Anzi, è per mio fratello Checco, che ovunque vada si fa ascoltare ed amare.
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mercoledì 21 marzo 2012
Pendolare
Per lavoro presente che stenta a decollare e passato che resta presente, ogni giorno pendolo. Pendolo fra il posto in cui vivo e quello in cui lavoro, ma - cosa ben più interessante - pendolo fra la Sicilia e la Lombardia quasi mensilmente. Il quasi include volte che, per dar seguito ai miracoli, ho pendolato con andata e ritorno in giornata, attaccata al minuto alla puntualità del volo di andata e al ritardo sperato per quello di ritorno.
I passaggi in aeroporto mi piacciono sempre, vedi gente d'ogni tipo caricata sulla stessa scatoletta volante. In media ogni aereo da un passaggio a: genitori anziani che tornano a casa dopo breve vacanza dal figlio (breve per loro, infinita per il figlio e, soprattutto, per la nuora); sciantosa che anche a quest'ora, come alle sei del mattino, e' sempre perfettamente sciantosa; grigio uomo d'affari con altrettanto grigio trolley che viaggia con altrettanto grigio uomo d'affari con altrettanto grigio trolley; famiglia con bambino tanto docile e calmo che anche Maria Montessori avrebbe difficoltà; io e quelle come me, ragazze di una certa età, con la testa sufficientemente svagata, l'aria sufficientemente stanca, ma l'occhio sempre ben sveglio sulla marca della borsa o la perfetta manicure della sciantosa di cui sopra.
Pendolare per lavoro fra due regioni così diverse, comunque, non rappresenta solo un cambiamento di luogo, ma anche, in qualche modo, un cambio di marcia... Arrivo da una Milano sempre esigente e puntuale, piena di gente che sa sempre Perfettamente cosa fare, una Milano poco indulgente, ma anche tanto viva, a mio avviso eccessivamente precisa e puntigliosa fuori posto, ma anche così comoda per lavorare... Parto da qui e arrivo in Sicilia...
So che dovrò fare un carico di pazienza per sorridere davanti ai vari "ora videmu", "perché ti preoccupi", "signurina prima prendiamoci un bellu caffè", "e con questo sole e questo mare lei oggi che viene a chiedere?"... Dovrò fare anche un carico di stupore e ammirazione vedendo anche le tante persone che lavorano e si applicano con impegno, passione e sacrifici anche doppi rispetto a quanto non ci metterebbero lavorando al nord.
So che faro' un carico di gioia, perché non ce n'e come arrampicarsi per l'Etna con il famosissimo pandino giallo per raggiungere il posto della riunione, e scendere con il portabagagli pieno di viveri...
So che ripartirò con rabbia e allegria insieme, perché anche stavolta non riuscirò a spiegarmi perché in un luogo così beato, il lavoro debba essere un miraggio e la disorganizzazione e l'impreparazione la regola, interrotte ogni tanto da ammirevoli eccezioni.
Allegria e rabbia, perché siamo così bravi ad improvvisare che al nord se la sognano la nostra arte di arrangiarsi, ma sono certa che saremmo ancora più bravi se riuscissimo a lavorare in condizioni normali.
Vado, finalmente chiamano il mio volo, in ritardo di un'ora e mezza... La compagnia e' siciliana... Inizia lo slow mood... Ho detto tutto!
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